L’anima del docente

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(1/3). In The Teacher’s Soul and the Terrors of Performativity (Ball 2003), lo studioso inglese Stephen J. Ball, riferendosi al sistema scolastico, invita a penetrare “dietro la facciata oggettiva” delle razionalità tecniche per esaminare “le soggettività del cambiamento e le soggettività che cambiano”.

In questo auspicio noi scorgiamo una questione fenomenologica fondamentale, che richiede un’analisi rigorosa delle modalità attraverso cui l’esperienza vissuta degli attori educativi viene sistematicamente occultata dai dispositivi performativi.

È questo il motivo per cui la critica alle forme di analisi “totalizzanti ed essenzialiste” non rappresenta semplicemente una questione metodologica, ma tocca il cuore stesso di come si costituisce l’esperienza professionale contemporanea nell’ambito educativo.

In che modo possiamo interrogare le esperienze di coloro – ovviamente, mi riferisco ai docenti – che sono implicati in questa trasformazione? Nel rispondere, vorrei fare riferimento alla nozione di «travestimento di idee» (Ideenkleid), utilizzata da Husserl ne La crisi delle scienze europee.

In questo libro, Husserl sviluppa una critica radicale alla scienza moderna, sostenendo che essa ha progressivamente smarrito il proprio fondamento nell’esperienza originaria del mondo vissuto. Il filosofo tedesco dimostra come il metodo scientifico galileiano, pur avendo prodotto straordinari successi tecnici, abbia al contempo generato una crisi di senso che investe l’intera civiltà europea. La matematizzazione della natura ha condotto a una frattura tra il mondo della scienza e il mondo dell’esperienza quotidiana, producendo quella che Husserl definisce una “crisi delle scienze” che è simultaneamente una crisi dell’umanità europea.

In tale contesto, parlando di Galileo Galilei, Husserl sostiene che il mondo delle idealità viene scambiato per il mondo realmente esistente. Le idealità sono costruzioni matematiche – formule, geometrie, modelli quantitativi – che la scienza moderna utilizza per descrivere e manipolare la realtà naturale. Queste costruzioni, tuttavia, non sono la realtà stessa, ma strumenti concettuali che permettono di operare su di essa secondo criteri di prevedibilità e controllo.

In pratica, il filosofo tedesco ci dice che abbiamo commesso un errore fondamentale: abbiamo dimenticato che le nostre costruzioni teoriche sono nostri prodotti e abbiamo iniziato a credere che esse costituiscano la realtà autentica. Le idealità matematiche sono diventate più “reali” del mondo che originariamente dovevano semplicemente descrivere.

Il risultato è l’occultamento sistematico della Lebenswelt, ovvero del mondo della vita quotidiana, quello spazio di esperienza pre-scientifico e pre-teorico in cui si radicano tutti i significati e i valori che rendono sensata l’esistenza umana. La Lebenswelt è il terreno originario dell’esperienza, quello strato di senso che precede e fonda ogni attività conoscitiva, inclusa quella scientifica.

Perché la Lebenswelt è importante? Essa rappresenta la dimensione in cui l’esperienza umana si costituisce nella sua immediatezza e ricchezza qualitativa, prima di essere sottoposta ai processi di formalizzazione e quantificazione. È il mondo in cui le cose hanno significato non in quanto misurabili, ma in quanto vissute in prima persona attraverso la corporeità, l’affettività, le relazioni intersoggettive. Senza questo ancoraggio al mondo della vita, ogni attività conoscitiva perde il proprio senso autentico e si trasforma in mera tecnica manipolativa.

Perché la Lebenswelt è importante per il docente di una scuola? L’insegnamento si radica costitutivamente nella dimensione intersoggettiva del mondo vissuto: è nell’incontro diretto tra persone, nella condivisione di significati attraverso la parola e il gesto, nella trasmissione di saperi che hanno senso solo in quanto inseriti in orizzonti di valore condivisi.

Quando Ball invita a penetrare “dietro la facciata oggettiva” delle razionalità performative per esaminare “le soggettività del cambiamento”, sta essenzialmente chiedendo di recuperare l’accesso a questa dimensione originaria dell’esperienza educativa. La performatività opera, infatti, come un moderno Ideenkleid: sostituisce la ricchezza qualitativa dell’esperienza didattica con indicatori quantitativi, facendo credere che questi ultimi rappresentino la “vera” realtà dell’educazione. Ma proprio come le idealità galileiane, i parametri performativi sono costruzioni strumentali che rischiano di occultare ciò che dovrebbero servire: l’autentica esperienza educativa che si dispiega nel mondo della vita condiviso tra docenti e studenti.

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Riferimento bibliografico

Ball, Stephen J. 2003. «The Teacher’s Soul and the Terrors of Performativity». Journal of Education Policy 18 (2): 215–28. https://doi.org/10.1080/0268093022000043065.


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