L’inaudalgia del docente

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3/3. Nel panorama educativo contemporaneo si sta consolidando una trasformazione profonda che va ben oltre le riforme didattiche o le innovazioni tecnologiche. Ciò che emerge con sempre maggiore evidenza dal regime performativo che domina il mondo scolastico è una nuova e specifica forma di sofferenza professionale, una condizione esistenziale che colpisce al cuore l’identità stessa dell’insegnante e la sua missione educativa.

Gli insegnanti del nostro tempo si trovano drammaticamente scissi, lacerati tra due dimensioni apparentemente inconciliabili della loro professione. Da un lato persiste, resistente e vitale, quell’anima pedagogica che sa riconoscere e accogliere il bisogno autentico degli studenti, quella sensibilità educativa che coglie l’unicità di ogni percorso formativo, l’irriducibilità di ogni storia personale. Dall’altro lato, con forza crescente e apparentemente inarrestabile, si impone l’anima burocratica, quella che deve rispondere alle infinite richieste amministrative del sistema, compilare griglie valutative, produrre documentazione, rispettare protocolli standardizzati, generare dati misurabili e confrontabili.

Questa scissione interiore, questa frattura dell’identità professionale, genera quello che nel mio libro La spina nella carne (Scarafile 2024) ho definito con il neologismo “inaudalgia”: letteralmente, il dolore del mancato ascolto. Non si tratta semplicemente di non essere ascoltati, ma di qualcosa di più profondo e radicale: è l’esperienza dolorosa di esistere in uno spazio relazionale dove l’ascolto autentico è strutturalmente impedito, dove la possibilità stessa dell’incontro genuino con l’altro viene sistematicamente negata dalle logiche operative del sistema.

Nel contesto scolastico, l’inaudalgia assume forme particolarmente acute e multiformi. Gli insegnanti sperimentano quello che potremmo definire inaudalgia relazionale quando si confrontano con un sistema valutativo che li misura esclusivamente attraverso parametri numerici, indicatori di performance, procedure standardizzate, ignorando completamente la complessità stratificata e spesso invisibile del loro lavoro educativo. Come quantificare il momento in cui uno studente comprende finalmente un concetto difficile? Come misurare l’impatto di una parola di incoraggiamento detta al momento giusto? Come inserire in una griglia valutativa la pazienza infinita necessaria per accompagnare chi è più fragile?

Ma accanto all’inaudalgia relazionale, gli insegnanti vivono anche una forma ancora più intima e lacerante di sofferenza: l’inaudalgia personale. Questa si manifesta quando sono sistematicamente costretti a silenziare, reprimere, negare la propria voce interiore – quella voce che, formatasi attraverso anni di esperienza e riflessione pedagogica, sa riconoscere con precisione chirurgica cosa serve davvero ai propri studenti in quel momento specifico, in quella situazione particolare. È il dolore di dover tradire quotidianamente la propria saggezza professionale per conformarsi a richieste esterne che appaiono spesso insensate, distanti dalla realtà viva dell’aula.

Dal punto di vista diagnostico, il riconoscimento e la nominazione dell’inaudalgia rappresentano un passaggio fondamentale per dare voce a una sofferenza troppo spesso taciuta, minimizzata o addirittura negata. Quanti insegnanti vivono quotidianamente nella lancinante sensazione di tradire la propria vocazione educativa originaria? Quanti si percepiscono ridotti a meri esecutori di protocolli standardizzati, ingranaggi di una macchina burocratica che sembra aver perso di vista il suo scopo originario? Quanti sperimentano quella particolare forma di alienazione che deriva dal dover fingere entusiasmo per pratiche che intimamente si riconoscono come vuote o controproducenti?

Tuttavia, ed è qui che la riflessione si fa più costruttiva e propositiva, dal punto di vista delle pratiche possibili, la consapevolezza dell’inaudalgia non conduce necessariamente alla rassegnazione o al cinismo. Al contrario, essa può aprire inaspettati spazi di resistenza creativa. Come nella vicenda paradigmatica di Paolo di Tarso che ho ampiamente esaminato nel libro, la “spina nella carne” – quella misteriosa sofferenza che l’apostolo porta con sé – può paradossalmente trasformarsi da limite invalidante in risorsa generativa, da debolezza in forza peculiare.

Gli insegnanti possono iniziare a riconoscere che la loro vulnerabilità – quel sentirsi costantemente inadeguati rispetto alle richieste sempre più pressanti e contraddittorie del sistema – non rappresenta una debolezza personale o un deficit professionale, ma piuttosto un segnale di salute, un indicatore della loro integrità pedagogica che resiste alla colonizzazione tecnocratica dell’educazione.

Concretamente, questo cambio di prospettiva significa iniziare a valorizzare consapevolmente quei momenti apparentemente “improduttivi” in cui ci si ferma per ascoltare davvero uno studente, riconoscendo che l’educazione autentica accade spesso proprio negli interstizi non programmabili del tempo scolastico, in quegli spazi liminali che sfuggono alla pianificazione rigida. Significa creare e difendere spazi di dialogo autentico tra colleghi dove sia possibile condividere non solo le cosiddette “buone pratiche” – altro mantra del discorso pedagogico contemporaneo – ma anche e soprattutto le fragilità, le resistenze, i dubbi, le perplessità che attraversano il lavoro educativo.

È precisamente attraverso questa dialogetica – questo movimento di ascolto reciproco e riconoscimento della propria e altrui inaudalgia – che diventa possibile iniziare un percorso di guarigione della frattura tra la dimensione umana e quella tecnica dell’educazione. Non si tratta di rifiutare in blocco gli strumenti della valutazione o le procedure amministrative, ma di rimettere al centro il senso profondo dell’educare: l’incontro trasformativo tra persone in crescita, la trasmissione non solo di conoscenze ma di passione per il sapere, la cura per lo sviluppo integrale della persona.

La spina nella carne dell’insegnante contemporaneo – questa inaudalgia strutturale – può così diventare, paradossalmente, il punto di partenza per una rinascita della professione docente, non nonostante ma proprio attraverso il riconoscimento della propria vulnerabilità condivisa.

Riferimenti bibliografici

Scarafile, Giovanni. 2024. La spina nella carne. Cinque lezioni sul dialogo. YOD Institute.


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