una lettura critica a partire da David Denby
In questo articolo mi propongo di esaminare l’efficacia e i limiti dell’etica deontologica dell’insegnante, intesa come quell’insieme di doveri formalmente sanciti – nei codici professionali, nelle normative e nei regolamenti – che dovrebbero orientare la condotta di chi esercita la professione docente. Per dare concretezza alla riflessione, prenderò come punto di riferimento il testo di David Denby, Stop Humiliating Teachers, pubblicato sul New Yorker l’11 febbraio 2016. Questo articolo, pur non esplicitando una teoria etica, rappresenta un caso paradigmatico di come il contesto sociale e politico in cui opera l’insegnante possa influire in modo decisivo sulla possibilità stessa di adempiere ai doveri professionali in modo coerente con la finalità educativa della scuola.
Denby descrive un mutamento significativo nell’immagine pubblica del docente negli Stati Uniti: da figura rispettata, investita di un’autorità culturale e morale, a soggetto messo sotto accusa, spesso ritratto come ostacolo all’innovazione o come ingranaggio inefficiente del sistema scolastico. Tale trasformazione non è solo questione di percezione, ma ha conseguenze pratiche e politiche, poiché influisce sulle riforme, sulla definizione delle priorità educative e sulle stesse condizioni di lavoro degli insegnanti.

L’etica deontologica e la questione del contesto
Per comprendere appieno la posta in gioco, è necessario partire da una constatazione: l’etica deontologica, per essere efficace, richiede un contesto normativo e istituzionale che sia coerente con le finalità educative della scuola. La deontologia stabilisce doveri e principi, ma non può garantirne il senso se il quadro entro cui operano i docenti è definito da logiche che nulla hanno a che fare con l’educazione come bene pubblico.
Denby mette in luce proprio questo nodo: le riforme scolastiche ispirate a modelli aziendalistici e a criteri di valutazione meramente quantitativi tendono a trasformare i doveri dell’insegnante in meri adempimenti tecnici, scollegati dal loro fondamento etico e pedagogico. In un simile scenario, “fare il proprio dovere” può significare conformarsi a procedure che, di fatto, impoveriscono la relazione educativa, riducendo la conoscenza a un indicatore di performance e svuotando di significato le pratiche didattiche.
Questo aspetto mostra un primo limite strutturale dell’etica deontologica: essa presuppone un quadro di riferimento stabile e orientato a fini condivisi, mentre nella realtà scolastica contemporanea – non solo statunitense, ma anche europea – i fini sono costantemente ridefiniti da agende politiche, pressioni economiche e retoriche mediatiche.

Il rischio del formalismo e la perdita di senso
Uno dei rischi principali, quando si applica un’etica deontologica in un contesto alterato da logiche esterne alla scuola, è il formalismo. Il docente, pur rispettando le regole e i codici, può trovarsi a operare in un sistema in cui l’adempimento formale non coincide più con la realizzazione del bene educativo. Denby suggerisce, implicitamente, che il vero problema non sia la mancanza di etica individuale, ma la ridefinizione subdola del contenuto dei doveri professionali.
Qui si apre un secondo limite: la deontologia può diventare un alibi per non discutere delle condizioni strutturali dell’insegnamento. Se un insegnante è formalmente in regola, il sistema può dirsi “a posto” anche se, in realtà, la qualità della relazione educativa e la missione culturale della scuola sono state erose. In questo modo, il discorso etico viene neutralizzato: la “buona condotta” non è più ancorata a un progetto educativo condiviso, ma alla conformità a metriche e indicatori.
La necessità di una prospettiva critica sulla deontologia
Per evitare che l’etica deontologica si riduca a un guscio vuoto, occorre adottare una prospettiva critica, capace di interrogare non solo il comportamento individuale, ma anche il contesto che lo rende possibile o lo distorce. In questo senso, l’articolo di Denby si presta a essere letto come un invito a “andare dietro la facciata”, per usare l’espressione di Stephen J. Ball: dietro la facciata di un’oggettività apparente – quella dei test standardizzati, delle classifiche e delle percentuali – si trovano le soggettività del cambiamento, le identità professionali messe sotto pressione, le relazioni pedagogiche trasformate o interrotte.
Questa prospettiva implica un cambiamento di paradigma: la valutazione etica del docente non può prescindere dalla valutazione etica del sistema che definisce i suoi doveri. Laddove il sistema impone obiettivi che contraddicono la natura stessa della scuola come istituzione di valori, l’adempimento formale non basta.

Implicazioni per il contesto europeo e italiano
Se allarghiamo lo sguardo all’Europa, troviamo dinamiche analoghe, seppur declinate in forme diverse. In Italia, ad esempio, la discussione pubblica sulla scuola tende spesso a ridursi a slogan contrapposti, a classifiche internazionali (PISA, INVALSI) o a dispute ideologiche sul merito, lasciando in ombra la questione cruciale: come preservare e rinnovare la specificità della relazione educativa in un contesto di crescente burocratizzazione e pressione performativa.
In questo quadro, la deontologia del docente rischia di essere usata come strumento di controllo piuttosto che di valorizzazione. Il codice deontologico può diventare un documento formale che certifica l’adesione a standard decisi altrove, senza un reale processo di costruzione condivisa. La lezione che possiamo trarre da Denby è che la voce dei docenti deve essere parte integrante del discorso pubblico sulla scuola, non come concessione retorica, ma come condizione necessaria per garantire l’autenticità del mandato educativo.
Conclusione
L’analisi dell’articolo di Denby ci restituisce una consapevolezza chiara: l’etica deontologica dell’insegnante, pur essendo necessaria, non è sufficiente a garantire la qualità educativa se viene applicata in un contesto deformato da logiche estranee alla missione della scuola. Perché essa sia davvero efficace, occorre che i doveri professionali siano definiti e interpretati alla luce di finalità educative condivise e radicate in una visione della scuola come luogo di formazione integrale della persona.
In assenza di questo legame, la deontologia rischia di diventare uno strumento di legittimazione di pratiche che impoveriscono la scuola, anziché migliorarla. Il contributo di Denby ci invita, dunque, a non fermarci alla superficie delle regole e a riconoscere che la vera sfida etica consiste nel preservare la coerenza tra ciò che chiediamo agli insegnanti e ciò che intendiamo per educazione.


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