Che cosa è l’”audit culture”?

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Sinopia

Cris Shore and Susan Wright, Audit Culture and Anthropology: Neo-Liberalism in British Higher Education, The Journal of the Royal Anthropological Institute, Vol. 5, No. 4 (Dec., 1999), pp. 557-575

Cosa sono le sinopie

Una sinopia, nel senso originario del termine, era il disegno preparatorio che gli artisti del Trecento e del Quattrocento tracciavano sull’intonaco fresco, prima di dare colore all’affresco. Non era un abbozzo approssimativo: ogni linea serviva a stabilire la posizione delle figure e l’equilibrio dell’intera scena. La sinopia ha un fascino particolare perché, una volta completato l’affresco, scompare alla vista, eppure resta la sua struttura portante, la matrice segreta di ciò che l’osservatore vede.

È in questo senso che le schede dedicate al saggio di Shore e Wright possono essere lette come sinopie de Il ventriloquo. Esse mostrano l’ossatura teorica che ha dato forma al libro, il disegno che sta sotto le pagine narrative e filosofiche. Non sono l’affresco compiuto – non hanno la levigatezza di un testo letterario o l’argomentazione serrata di un saggio – ma tracciano le linee di forza, lasciano intravedere le cancellature, i ripensamenti, le tensioni che hanno portato alla scrittura finale.

Proporre queste sinopie ai lettori significa invitarli a entrare nel laboratorio del libro, a vedere il pensiero mentre prende forma. È un gesto di trasparenza e di fiducia: mostrare che dietro ogni pagina c’è stato un processo di lettura, di indignazione, di rielaborazione. È un modo per dire che Il ventriloquo è nato da un lungo esercizio di ascolto critico della realtà, di cui queste schede sono la testimonianza preliminare.

Introduzione. La mia inquietudine

Shore e Wright osservano che «audit has been released from its traditional moorings, blown up in importance and now, like a free-floating signifier, hovers over virtually every field of modern working life». Questa immagine del “free-floating signifier”[1] descrive bene la sensazione che ho provato leggendo il saggio: la percezione che una parola, un’idea, una logica si siano staccate dal loro contesto originario e abbiano iniziato a colonizzare ogni ambito della vita professionale. È il momento in cui ho sentito che ciò che stavo osservando nelle scuole italiane non era un insieme di episodi isolati, ma un fenomeno sistemico.

Nel Ventriloquo ho cercato di dare forma a questa inquietudine attraverso le immagini dei treni del lunedì mattina, delle aule ancora fredde, dei registri compilati a notte fonda. Volevo che il lettore sentisse, quasi fisicamente, il peso di questa nuova atmosfera: non un evento spettacolare, ma un lento mutamento che cambia il respiro stesso della scuola.

Questo tema è confluito nell’Introduzione del libro, nella sezione sul silenzio abitato.

1. La voce catturata

«An audit is essentially a relationship of power between scrutinizer and observed. Like Victorian photography, those scrutinized are “seen, but do not see”; objects of information, but never subjects in communication».

L’immagine vittoriana è potente: essere visti senza poter restituire lo sguardo.

È questa l’esperienza che molti insegnanti conoscono quando preparano documenti per ispettori che non incontreranno mai, per tabelle che verranno lette lontano dalla classe. La comunicazione è a senso unico: non importa la storia che stiamo raccontando, importa che sia “rendicontabile”.

Nel libro ho messo Ruggero in questa posizione: un docente che sente la propria lezione trasformarsi in un modulo di rendicontazione. Quando scrive alle colleghe che la sua ora “sembra già scritta in un foglio Excel”, non è una battuta ma una rivelazione: l’insegnamento è diventato qualcosa che deve esistere prima, in un template, per essere considerato valido dopo. La voce del docente diventa eco del dispositivo.

Questo tema è confluito in V.1 Ruggero: Il ventriloquo e l’eco.

2. La teatralità dell’audit

Shore e Wright notano che «even where assessors have observed teaching at the point of delivery, in many cases this has been a staged performance… staff and students [were guided] on what not to say and how to “talk-up” the quality of provision». Questa descrizione è sorprendentemente vicina a ciò che accade in alcune scuole: giorni di prova generale, scenografie improvvisate, studenti istruiti a comportarsi “bene”. L’audit diventa così un rituale politico, un evento coreografato che chiede alla scuola di esibirsi, non di essere.

Nel Ventriloquo ho narrato questa dimensione nel capitolo sulla grande pantomima degli ispettori: Ruggero prova la lezione “modello” con un gruppo di studenti compiacenti, sapendo che il giorno dopo tornerà la normalità. La lezione vera, quella che accade tra una distrazione e una domanda inaspettata, resta fuori scena. La scuola si trasforma in teatro, e la verità dell’esperienza educativa viene sacrificata sull’altare della performance.

Questo tema è confluito in VI.1 Ruggero: La grande pantomima degli ispettori.

3. Sorveglianza interiorizzata

«They rely on techniques of the self that render political subjects governable by requiring they behave as responsible, self-activating, free agents who have internalized the new normative framework». La forza di queste parole sta nel mostrare che non si tratta solo di controlli esterni: il docente interiorizza lo sguardo dell’ispettore, anticipa il giudizio, si autocorregge. È il panopticon di Foucault, ma senza torri visibili.

Quando ho scritto di Bianca che compila schede di autovalutazione di notte, volevo che il lettore percepisse questa tensione: non c’è nessuno che la obbliga in quel momento, ma sente di doverlo fare. In altre pagine, ho suggerito che la demotivazione possa diventare un atto politico: non compilare il registro, non aggiornare la piattaforma, non per negligenza ma come rifiuto consapevole di un sistema che riduce la scuola a sorveglianza reciproca.

Questo tema è confluito in La demotivazione come gesto politico.

4. Nuove soggettività

«Central to this process has been the re-invention of professionals themselves as units of resource whose performance and productivity must constantly be audited». Qui non si parla solo di pratiche ma di identità: l’insegnante diventa un “unit of resource”, un pezzo di ingranaggio da monitorare. È una metamorfosi silenziosa ma radicale, che sposta l’attenzione dal valore intrinseco dell’insegnamento alla sua resa produttiva.

Nel Ventriloquo questo processo diventa evidente nel modo in cui Bianca e i suoi colleghi parlano tra loro: non più di libri, di studenti difficili o di esperimenti didattici, ma di piani di miglioramento, di scadenze. La collegialità si trasforma in riunione di controllo qualità, e la relazione tra docenti viene filtrata da indicatori di performance.

Questo tema è confluito nel paragrafo sul Ventriloquismo relazionale.

5. L’erosione della fiducia

Shore e Wright sono espliciti: «audit encourages the displacement of a system based on autonomy and trust by one based on visibility and coercive accountability». È forse questa la perdita più dolorosa: l’idea che la scuola fosse un luogo fondato sulla fiducia reciproca, sulla responsabilità condivisa, viene sostituita da un regime di sospetto permanente.

In Il ventriloquo, Bianca abbassa la voce quando parla di buon senso: è un’immagine che suggerisce clandestinità, paura di essere fraintesi o puniti. Ho voluto restituire il senso di un’istituzione in cui non ci si fida più dell’insegnante, ma si esige che egli si giustifichi in anticipo per ogni decisione. È il passaggio da un patto fiduciario a un contratto di sorveglianza.

Questo tema è confluito in II.3 Bianca: Il buon senso c’era.

6. Il linguaggio come campo di battaglia

«Foremost in the new semantic cluster associated with audit culture are “transparency”, “accountability”, “quality” and “performance”… used as if their meanings were self-evident and benign». Il problema è che queste parole, apparentemente innocue, diventano griglie normative che ridisegnano la realtà. Non è un dibattito teorico: queste parole decidono cosa conta e cosa no.

Ines, nel libro, scrive che si sente “contabile dell’anima”: deve tradurre l’amore per la poesia in outcomes misurabili. Volevo che questa frase avesse un tono amaro ma anche ironico, per far sentire l’assurdità di un sistema che pretende di trasformare l’esperienza estetica in dato statistico.

Questo tema è confluito in IV.3 Ines: Confessioni di una contabile dell’anima.

7. Riflessività politica

«Political technologies advance by taking what is essentially a political problem… and recasting it in the neutral language of science». È qui che Shore e Wright indicano la via d’uscita: la political reflexivity, la capacità di smascherare questa neutralizzazione del conflitto e di restituire al discorso la sua natura politica.

Nel Ventriloquo ho dato voce a questa riflessione nel Manifesto di Ruggero. Non volevo un testo disperato, ma un atto di lucidità: chiamare le cose per nome, dire che la performatività non è destino, che si può immaginare un’altra scuola. La riflessività politica è il contrario della rassegnazione: è il primo passo per riappropriarsi della propria voce.

Questo tema è confluito in VII.3 Ruggero: Il Manifesto della libertà.

8. Una questione pubblica

«Universities are just one site where neo-liberal ideas and practices are displacing the norms and models of good government established by the post-war welfare state». Non stiamo parlando di un problema interno alla scuola o all’università: questa trasformazione tocca l’idea stessa di società. Se l’educazione diventa solo addestramento alla conformità, anche la democrazia ne esce impoverita.

Nel capitolo finale del libro ho provato a dire che ciò che è in gioco non è solo il benessere degli insegnanti, ma la possibilità stessa di formare cittadini liberi. Restituire alla scuola la sua voce plurale, anche se dissonante, è un atto politico che riguarda tutti.

Questo tema è confluito nel Manifesto per il rinnovamento delle coscienze.

Sintesi: che cosa è l’”audit culture”?

La cosiddetta audit culture nasce come strumento per rendere le istituzioni pubbliche più trasparenti e responsabili. Come scrivono Shore e Wright, l’audit si è progressivamente emancipato dal suo significato originario di verifica contabile ed è diventato un “free-floating signifier”, una parola-chiave applicata a quasi ogni ambito della vita lavorativa. Nei documenti di policy è presentato come meccanismo emancipatorio: favorirebbe il miglioramento continuo, la responsabilizzazione del personale, la possibilità di dimostrare con evidenze la qualità del proprio lavoro. In questo senso ha un lato positivo: ha reso visibili inefficienze storiche, ha stimolato processi di standardizzazione che hanno permesso di confrontare le performance di istituzioni diverse e ha imposto un principio di equità nella distribuzione delle risorse pubbliche.

Tuttavia, l’analisi antropologica mostra come questa promessa di empowerment sia ambivalente. Shore e Wright parlano di una nuova forma di “governmentality” neoliberale che trasforma l’accountability in una forma di sorveglianza permanente. I professionisti diventano “units of resource” la cui produttività deve essere costantemente misurata, mentre la collegialità si trasforma in competizione. L’audit, lungi dall’essere neutro, ridefinisce ciò che conta: ciò che non è misurabile tende a perdere valore. Qui emergono le prime crepe, soprattutto quando si parla di educazione.

La relazione educativa, per sua natura, è qualitativa, situata, non riducibile a indicatori. Può accadere in una lezione strutturata o in una conversazione in corridoio, in un lampo di intuizione dello studente o in un momento di silenzio condiviso. Tutto questo rischia di sparire dall’orizzonte quando il criterio di eccellenza diventa il fitness for purpose documentato, il piano di corso compilato, la griglia di valutazione. Le stesse visite ispettive, come notano gli autori, finiscono per assumere il carattere di rituali teatrali, più preoccupati di mostrare conformità che di osservare l’insegnamento nella sua vitalità quotidiana.

La sfida è allora duplice: da un lato non si può tornare a un sistema opaco e autoreferenziale, dall’altro occorre difendere la differenza qualitativa dell’incontro educativo. Questo significa sviluppare una nuova forma di accountability che non sia solo controllo di controllo, ma dialogo pubblico sulla qualità, capace di includere anche ciò che non è immediatamente numerabile: la creatività, il pensiero critico, la capacità di ispirare. Solo così l’audit può diventare strumento di crescita, e non meccanismo che svuota la scuola della sua voce.


[1] Nel passo di Shore e Wright, dire che “audit” è diventato un free-floating signifier significa che il termine non indica più solo la pratica contabile originaria, ma viene usato per moltissime attività (valutazione didattica, misurazione della ricerca, controllo delle performance, ecc.), fino a diventare una parola-chiave generica per l’idea di “rendere conto”.


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