Bianca

La voce che non conta

(Questa parte è un estratto del libro Il ventriloquo. Etica dell’insegnamento al tempo dell’algoritmo)

Caro Alessandro,

oggi ho vissuto qualcosa che non riesco a definire con precisione. È come se mi mancassero le parole – proprio io che dovrei averle, che vivo di parole, che insegno la tua lingua.

Stamattina c’è stata la riunione per il nuovo “Piano Triennale dell’Offerta Formativa”. Eravamo lì: il dirigente, due ispettori ministeriali, un consulente esterno specializzato in “innovazione didattica”, alcuni genitori rappresentanti. E noi docenti.

Ma ecco il punto, Alessandro: noi c’eravamo fisicamente, ma non c’eravamo come voci. Non nel senso che non ci lasciavano parlare – anzi, a un certo punto l’ispettore si è rivolto direttamente a me: “Professoressa Lucchesi, lei che insegna letteratura, cosa ne pensa dell’introduzione delle competenze digitali trasversali nel curricolo umanistico?”

Ho provato a rispondere. Ho detto che forse, prima di parlare di competenze digitali, dovremmo chiederci se i nostri ragazzi sanno ancora leggere un testo letterario con la profondità necessaria, se sanno ancora sostare su una pagina senza l’ansia della velocità. Ho citato te, ho parlato di come la lettura sia un atto di pazienza, di come…

Mi hanno interrotta con un sorriso gentile. «Certo, professoressa, ma dobbiamo essere pragmatici. I ragazzi devono essere preparati per il mondo del lavoro».

Ecco cosa è successo, Alessandro: la mia parola è stata ascoltata, ma non sentita. È come se avessi parlato in una lingua che loro riconoscevano ma che non consideravano degna di risposta. Non mi hanno contraddetto, non hanno confutato i miei argomenti – semplicemente, non li hanno riconosciuti come argomenti validi.

E qui arrivo al punto che mi fa più male. Dopo la riunione, parlando con la collega di matematica, le ho detto quello che provo ogni giorno: questa sensazione di essere diventata estranea al mio stesso mestiere, di non riconoscermi più. Lei mi ha guardata con compassione e mi ha detto: «Bianca, ma è normale. Anche io all’inizio facevo resistenza al cambiamento. Poi ho capito che bisogna adattarsi».

Resistenza al cambiamento. Ecco come ha chiamato la mia esperienza. Come se quello che vivo – questa perdita di senso, questa trasformazione da maestra a funzionaria – fosse semplicemente un problema mio, una difficoltà di adattamento. Non ha nemmeno contemplato l’idea che forse, dico forse, la mia sofferenza potesse dirle qualcosa di importante sulla direzione che stiamo prendendo.

Non è che non mi credono, Alessandro. È peggio: non mi riconoscono più come una fonte di conoscenza attendibile sull’educazione. Io che insegno da vent’anni, io che ho visto centinaia di ragazzi crescere, imparare, trasformarsi… la mia esperienza non conta più niente quando si tratta di decidere cosa sia l’educazione.

Ma la cosa più strana è che non trovo le parole per spiegare questa perdita. Come si chiama quello che mi sta succedendo? Come si definisce questa condizione per cui tutto quello che so sul mio mestiere viene tradotto in un linguaggio che non è il mio?

Quando compilo le griglie, non sto valutando i miei studenti – sto facendo parlare un algoritmo attraverso la mia mano. Quando partecipo alle riunioni pedagogiche, non stiamo discutendo di educazione – stiamo applicando protocolli aziendali all’insegnamento. Ma come si chiama tutto questo? Come si dice quando ti trasformi nel ventriloquo di un sistema che parla una lingua che non riconosci come tua?

Ieri sera ho provato a spiegarlo a Lorenzo. «Mamma», mi ha detto, «ma tu sei un’insegnante, no? Se non ti piace come stanno cambiando le cose, perché non parli ai tuoi superiori?». Ha sedici anni, non può capire che il punto è proprio questo: io parlo, ma la mia parola non viene riconosciuta come autorevole. Non perché sia sbagliata, ma perché vengo da un mondo – quello degli insegnanti – che nell’immaginario collettivo è fuori dal “mondo reale”.

Tu scrivi dei Promessi Sposi che “la ragione e il torto non si dividon mai con un taglio così netto”. Ecco, io oggi mi sento come se fosero il torto incarnato, non perché quello che dico sia sbagliato, ma perché lo dico io, con la mia identità di insegnante “resistente al cambiamento”.

È questo che mi fa più paura, Alessandro: non solo ho perso la capacità di influire sulle decisioni che riguardano la mia professione, ma sto perdendo le parole per dire questa perdita. È come se l’esperienza che vivo fosse destinata a restare muta, perché la società ha deciso che non merita un linguaggio per essere detta.

Forse domani riuscirò a trovare le parole giuste. Forse domani riuscirò a farmi sentire non solo come una voce che si oppone, ma come una voce che sa. Ma stasera mi sento come uno di quei personaggi dei tuoi romanzi che sanno una verità importante ma non trovano orecchie disposte ad ascoltarla.

La tua Bianca, in cerca di parole