Ines

Chi osa parlare per noi?

(questo testo è un estratto del libro Il ventriloquo. Etica dell’insegnamento al tempo dell’algoritmo)

Stamattina al bar, mentre aspettavo il cappuccino che ormai è l’unico rituale che mi tiene ancorata a una parvenza di normalità, ho sentito due signore al tavolo accanto parlare della scuola. Una diceva: «Ma questi insegnanti, sempre a lamentarsi! Tre mesi di vacanza e pretendono pure di essere pagati di più». L’altra annuiva: «E poi con tutti questi corsi di aggiornamento che fanno, dovrebbero essere preparatissimi».

Mi sono girata. Volevo dire qualcosa. Volevo spiegare che quei tre mesi sono una leggenda metropolitana, che i corsi di aggiornamento sono farsa performativa, che nessuno di noi ha scelto di diventare burocrate dell’anima. Ma poi ho capito: non avrei avuto le parole. Non quelle giuste, almeno. Perché le uniche parole che circolano nel discorso pubblico sulla scuola sono quelle che ci dipingono come privilegiati fannulloni o, nella migliore delle ipotesi, come tecnici da aggiornare.

E questo è il punto che mi ossessiona: tutti parlano della scuola, ma chi parla per la scuola? I ministri che non hanno mai messo piede in un’aula se non per le foto opportunity? I pedagogisti che teorizzano dall’alto delle loro cattedre universitarie? I genitori che vedono solo il frammento di realtà che tocca i loro figli? I giornalisti che ripetono a pappagallo le ultime statistiche OCSE?

C’è questa cosa – la chiamano “totalismo interpretativo” i filosofi, ma io la chiamo più semplicemente “il grande inganno” – per cui quando si parla di scuola si parla sempre del TUTTO. La Scuola con la S maiuscola. L’Istituzione. Il Sistema Educativo Nazionale. Come se fosse un monolite, un’entità astratta che si può riformare con un decreto.

Ma la scuola non è un tutto. È migliaia di parti che respirano, soffrono, resistono. È Marco che mi chiede se la realtà esiste davvero mentre compilo griglie che negano la sua domanda. È la collega precaria che dopo cinque anni ancora non sa se l’anno prossimo avrà un lavoro. È il bidello che conosce ogni studente per nome ma che nelle statistiche non esiste nemmeno.

Il trucco è proprio questo: parlare del tutto per non dover guardare le parti che fanno male. Come quando il medico ti dice “il suo stato generale è buono” mentre tu sai che c’è qualcosa che ti sta divorando da dentro. Solo che qui il paziente siamo noi, i docenti, e nessuno ci chiede come stiamo davvero. Ci misurano, ci valutano, ci classificano, ma non ci ascoltano.

La cosa che mi fa più rabbia è che quando proviamo a parlare, quando alziamo la voce per dire che qualcosa non va, veniamo immediatamente etichettati. Corporativi. Nostalgici. Resistenti al cambiamento. Come se voler difendere il senso dell’educazione fosse un atto reazionario.

 Ma noi siamo vittime senza voce. O meglio, siamo vittime la cui voce viene sistematicamente tradotta, distorta, filtrata attraverso il linguaggio della performatività fino a diventare irriconoscibile.

Quando dico che sono stanca di compilare griglie, non sto dicendo che voglio lavorare meno. Sto dicendo che voglio lavorare per davvero, fare quello per cui ho studiato filosofia: insegnare a pensare. Ma questo non si può dire nel linguaggio ufficiale. Non c’è una casella per “oggi ho salvato un’anima dal conformismo”. Non c’è un indicatore per “stamattina Sofia ha capito che può mettere in discussione l’autorità”.

E così il discorso pubblico sulla scuola continua senza di noi. Parlano di competenze digitali mentre noi sappiamo che il problema è l’analfabetismo emotivo. Parlano di internazionalizzazione mentre i nostri studenti non sanno più leggere un testo complesso nella loro lingua. Parlano di innovazione mentre distruggono sistematicamente tutto ciò che di innovativo c’era nell’incontro tra menti che pensano.

Ma forse – e questa è l’unica speranza che mi resta – forse proprio perché siamo stati ridotti al silenzio, la nostra voce quando emergerà sarà dirompente. Come quei geyser che sembrano dormienti per anni e poi esplodono.

Perché una cosa la so: non si può tenere a tacere per sempre chi per mestiere insegna a parlare. Prima o poi, in qualche modo, la verità viene fuori. E quando succederà, quando finalmente qualcuno ascolterà davvero cosa abbiamo da dire sulla scuola – non sul “sistema educativo”, non sulle “politiche formative”, ma sulla scuola vera, quella fatta di persone – allora forse qualcosa potrà cambiare.

Nel frattempo, continuo a essere ventriloqua e testimone insieme. Parlo il loro linguaggio di giorno e penso il mio di notte, quando l’insonnia mi tiene sveglia e riesco finalmente a sentire la mia voce vera, quella che non deve piegarsi a griglie e competenze. È in quelle ore sospese tra il buio e l’alba che ritrovo me stessa, che ricordo perché ho scelto di insegnare filosofia.

Non per produrre “capitale umano”. Non per sviluppare “competenze spendibili”. Ma per accendere scintille. Per piantare dubbi. Per mostrare che si può pensare contro.

E domani mattina, quando entrerò in classe e dovrò di nuovo fingere che tutto questo abbia senso, porterò con me questo pensiero notturno come un talismano segreto. Un piccolo atto di resistenza che nessuno vedrà ma che mi terrà viva.

Perché se è vero che la democrazia si misura dalla capacità di ascoltare chi denuncia l’ingiustizia, allora anche il mio silenzio forzato è una denuncia. E un giorno, qualcuno dovrà ascoltare.