
Il teatro dell’evidenza
(Questa parte del testo è un estratto del libro Il ventriloquo. Etica dell’insegnamento al tempo dell’algoritmo“)
Care compagne di resistenza clandestina,
oggi ho vissuto un momento di pura illuminazione antropologica. Miss Bracewell – la nostra adorata dirigente, benedetta sia la sua ossessione per il TQM[1] – mi ha convocato per discutere il mio “teaching portfolio”. Sapete, quello che dovrei aggiornare per dimostrare la mia “outstanding performance”.
Mentre lei parlava di “evidenze documentabili” e “learning outcomes misurabili”, io guardavo la sua scrivania: tutto perfettamente allineato, persino i post-it erano paralleli. E ho pensato: ma lei ci crede davvero? O anche lei sa che stiamo tutti recitando una parte?
Il bello è arrivato quando mi ha mostrato il quaderno di uno dei miei alunni, Tommy, come “esempio di eccellenza”. Pagine perfette, calcoli impeccabili, presentazione ineccepibile. Il problema? Tommy è uno di quei bambini che non riesce a stare fermo due minuti, che fa errori meravigliosi perché pensa in modo laterale, che quando capisce qualcosa ti guarda con quegli occhi che sembrano dire “eureka!”.
Ma il quaderno? Quello l’ha rifatto a casa con la mamma. Lo so perché me l’ha confessato la settimana scorsa: “Mr Taddei, mum says I have to write it again neat for the inspection”.
Allora mi sono chiesto: cosa stava guardando davvero Miss Bracewell? Il lavoro di Tommy o il lavoro della mamma di Tommy? L’apprendimento o la sua rappresentazione? E soprattutto: lo sa? Perché se lo sa, allora siamo tutti complici di questa pantomima. Se non lo sa, allora il nostro sistema educativo si basa su un equivoco gigantesco.
Walter – che dopo l’infarto ha sviluppato una saggezza quasi buddista – mi ha detto che forse la domanda sbagliata è “cosa è vero?”. La domanda giusta è: “cosa stiamo facendo finta di non vedere?”.
Io ho iniziato a tenere due quaderni per ogni bambino. Quello vero – con errori, cancellature, lampi di genio e momenti di confusione. E quello per le ispezioni – pulito, ordinato, conforme agli standard. Il paradosso è che più divento bravo a fabbricare il secondo, più perdo di vista il primo.
Siamo diventati ventriloqui di noi stessi, care amiche. Facciamo parlare i documenti al posto dell’esperienza. E il peggio è che funziona. Miss Bracewell era felice. Tommy avrà un bel voto. Io sarò valutato positivamente.
Ma questa sera, guardando il tramonto dal mio giardino di Birmingham, mi sono sentito come quegli attori che dopo anni in cui recitano lo stesso ruolo non riescono più a togliersi il costume.
La cosa più inquietante? Sto iniziando a pensare che forse anche Tommy, piano piano, imparerà a preferire il quaderno finto a quello vero.
Un abbraccio (autentico),
Ruggero
[1] Il Total Quality Management (TQM) rappresenta un approccio gestionale di origine aziendale che, a partire dagli anni Ottanta, ha trovato applicazione anche nel contesto scolastico britannico. Il principio fondamentale consiste nel concepire l’istituzione scolastica come un’organizzazione focalizzata sul costante perfezionamento qualitativo, valutato mediante parametri prestabiliti, criteri di rendimento e sistemi di controllo sistematico. Secondo questa prospettiva, gli alunni e le loro famiglie assumono la funzione di “utenti” del servizio educativo offerto, mentre il corpo docente è tenuto ad aderire a protocolli di valutazione standardizzati che assicurino efficacia operativa e trasparenza nella rendicontazione dei risultati.